In occasione dell’Efebo d’Oro, rassegna cinematografica in cui si premia il miglior film ricavato da una pagina letteraria, ho partecipato insieme alla redazione del giornalino alla proiezione di

“ Tutta la vita davanti” di Virzì, una tragicommedia che ci illustra il destino di migliaia di giovani che vorrebbero lavorare. L’utilizzo del condizionale, in questo caso, è d’obbligo, perché effettivamente coloro che pensano, ad una certa età, di acquisire la tanto agognata autonomia economica si trovano dinanzi a incredibili difficoltà.

E la cosa triste è che non s’intravedono prospettive: basta guardarsi attorno per vedere come molti dei nostri giovani stentino a trovare uno straccio di lavoro decente. A volte, l’unica soluzione che appare è quella di scappare via dalla Sicilia, da una realtà che non sembra offrire proprio un bel nulla.

Una scelta difficile, che non tutti sono disposti a fare.

Ma anche quando si emigra, non sempre il ventaglio delle possibilità si allarga: lavorare in un call center, come nel caso della protagonista neolaureata del film “Tutta la vita davanti”, non è il massimo delle aspettative.

Le speranze che riponiamo nel nostro futuro, spesso, sembrano zucchero che si scioglie nell’acqua, vaghe utopie.

Mentre vedevo il film pensavo che però non bisogna scoraggiarsi, la gavetta la fanno tutti, è sempre un’esperienza, forse banale, forse un po’ frustrante, ma formativa.

In una società in cui, però, vige la legge del più “raccomandato”, è difficile spiccare e mostrare le proprie doti. Così il lavoro diventa un ring, dove vengono dimenticati valori e principi, dove bisogna soltanto dimostrare di essere “vincenti”.

E’ necessario acquisire una nuova consapevolezza, che ci ispiri a sostenerci l’un l’altro e continuare a credere nella propria persona e nelle proprie capacità, avere la forza di andare avanti, senza dimenticare che la cultura è il bagaglio più importante della nostra vita.

Lo studio e un impegno proficuo sono fondamentali, soprattutto dinanzi un triste scenario di precarietà e disoccupazione. L’unica cosa che ci potrà aiutare sarà allora proprio il sapere, esso non è un optional e nessuno, neanche i più “raccomandati”, ce lo potranno togliere.

 shoa

Durante la seconda guerra mondiale, i nazisti sterminarono con ferocia disumana ben sei milioni di ebrei perché di razza e di religione diversa.Gli ebrei, infatti, venivano considerati “inferiori” rispetto al popolo ariano, il popolo “superiore”.Forse, molti cittadini tedeschi non si stavano accorgendo della gravità degli atti decisi da Hitler insieme agli alti gerarchi del partito nazista, i quali con decisioni folli si sono macchiati di crimini terribili contro l’umanità.Per prima cosa hanno privato gli ebrei dei loro diritti fondamentali, dei loro beni, del loro lavoro, costringendoli a vivere in ghetti, per poi deportarli nei campi di concentramento dove venivano smistati e poi uccisi nei forni crematori.Nel giorno della memoria, celebrato il ventisette gennaio, ricordiamo, in particolar modo, l’opera di liberazione che i Russi fecero in favore del popolo ebraico: riuscirono a mettere in salvo con grande coraggio e spirito di solidarietà i pochi sopravvissuti a una vita di stenti nel campo di Auschwitz.Questi sono episodi storici da “ricordare ancora una volta”, in quanto dimostrano il lato disumano e incivile dell’uomo stesso.

Ibiscus: aiutiamoli!

Gennaio 12, 2008

aiutiamoliOgni giorno tantissimi bambini lottano per la vita perché affetti da tumore. Si sperimentano tanti rimedi, ma ancora siamo purtroppo lontani dal trovare il metodo valido, la cura efficace per debellare questa terribile malattia.Nel frattempo la gente continua ad ammalarsi e a soffrire; ed insieme ai malati soffrono ovviamente anche i loro parenti.  Anche Ibiscus, un’associazione nata a Catania, vuole aiutare a sperare ed è vicina a tutti i ragazzi affetti da tumore.Nel periodo prenatalizio una sua rappresentante è venuta nella nostra scuola e ci ha invogliato a fare una donazione per contribuire alla costruzione di un parco giochi alll’interno dell’ospedale. In questo modo – ci ha spiegato la signorina – tanti bimbi meno fortunati di voi potranno divertirsi un pò e pensare meno alla loro malattia.Dopo aver detto quelle solenni parole è scappata via, mentre tutti noi (perchè negarlo?), avevamo gli occhi lucidi per la commozione.

Incontro con Lizzani 

Come si sa, ad Agrigento ogni anno a fine settembre si organizza l’Efebo d’oro, rassegna di film le cui storie sono tratte da libri.

Venerdì 28 settembre la mia prof. di giornalino ha convocato me e il mio amico Salvatore,  per informarci che il giorno dopo ci sarebbe stato un incontro al cinema Astor  e che erano state invitate alcune scolaresche. 

Noi pensavamo che  bisognasse intervistare i fratelli Taviani, registi di fama internazionale, che hanno vinto il premio “ Efebo d’Oro 2007 “, con La masseria delle allodole.

Eravamo un po’ preoccupati per l’importanza dell’incarico ma, dinanzi alle parole della prof.

(“Ricordate ragazzi, un buon giornalista non si ferma davanti a niente, è pronto a far fronte a qualunque evenienza e, se necessario, lavora anche di notte per riuscire a mettere a punto un buon servizio. Non esitate a cercare informazioni sui registi, film, libro a cui esso è ispirato, perché questa sarà la vostra prima intervista a delle celebrità”), ci siamo dati da fare.

Ritornato a casa, ho trascorso l’intero pomeriggio in “ perlustrazione virtuale”: alla fine sapevo tutto della vita dei due registi e del drammatico film ispirato al libro di Antonia Arslan.

Finalmente, dopo appena 24 ore, giunge il giorno tanto atteso!!!

Insieme ad altri miei compagni, ci rechiamo al cinema pronti ad incontrare i due fratelli che ci hanno fatto conoscere la  tragica e spesso ignorata vicenda dell’eccidio della comunità armena da parte dei Turchi, durante la seconda guerra mondiale.

Era tutto pronto, eravamo “ armati “ di macchina fotografica digitale, penna, blocco note, intervista scritta per i fratelli Taviani, mp3 (che in quel momento funzionava da registratore ) e infine di una  discreta  “ sicurezza interiore”.

Quando finalmente si sono spente le luci e abbiamo visto scorrere un titolo che “non corrispondeva”, abbiamo domandato a una ragazzina quale fosse il film che avrebbero proiettato. La risposta fu davvero, come dire…, orrendaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!!!!!!!!

Quello che stavamo guardando era un documentario dal titolo  “ Viaggio in corso nel cinema di Lizzani “, vincitore del concorso “ miglior libro di cinema 2007 “.

Ci siamo sentiti un tantino disorientati: non sapevamo cosa fare, l’intervista andava riscritta, le informazioni cercate nuovamente… eravamo al punto di partenza!

Calma, rimaniamo calmi – ho detto sottovoce al mio amico e compagno giornalista- siamo in ballo, giochiamoci le nostre carte, non abbiamo nulla da perdere! L’intervista la realizzeremo al momento, durante il  faccia a faccia con il regista, senza un copione ben preciso. Guardiamo il film, il resto verrà da sé. Ricorda le parole della prof.: “Un buon giornalista deve cavarsela in ogni situazione, facile o difficile che sia”.

Il documentario riportava le scene “clou” dei film di Lizzani, alternate alle opinioni degli attori con cui ha lavorato.

Per esempio, Virna Lisi lo giudicava un uomo senza uguali, un regista che “sa il fatto suo“ e che ha cercato sempre di incoraggiare gli “apprendisti attori”, ancora un po’ sprovveduti.

Anche Stefania Sandrelli ritrae Carlo Lizzani in maniera a dir poco perfetta e afferma che è stato proprio lui a condurla al successo.

Poi è venuto il momento tanto temuto: l’intervista al regista da parte dei ragazzi.

Avevamo un po’ tutti timore del microfono; io sono stato “ spinto “ sul palco dalla mia prof., venuta per incoraggiarci.

Quali sono state le principali difficoltà riscontrate durante la sua lunghissima carriera?- ho chiesto, apparentemente sicuro di me.

Lui ha risposto dicendo che il vero problema consiste nel fare  “buon cinema”, perché se non si riesce a colpire il pubblico, catturandone l’attenzione,  il film non avrà successo.

Alla domanda del mio compagno Che peso hanno avuto l’impegno politico e sociale sulla sua carriera?, Lizzani ha osservato che nella sua attività ha sempre dato molto spazio alle tematiche sociali e che il film deve anche denunciare le contraddizioni della società. 

Quello è stato un momento davvero magico, unico e  irripetibile.

Soddisfatti, emozionati e con le gambe che tremavamo leggermente (almeno a me!), siamo scesi dal palco.

Anche se l’incontro con Lizzani non era l’esperienza prevista, è stato lo stesso un momento molto significativo perché mi sono confrontato con un “vecchio e sapiente” regista, che ha vissuto in prima persona gli eventi storici del suo tempo.

Vi confido un segreto: per l’emozione, prima di salire sul palco, ho fatto cadere per ben due volte di fila l’mp3 e una volta la macchina fotografica.

Per fortuna nessuno dei due oggetti si è danneggiato gravemente…

un addio alla tradizione siciliana

http://www.mannam.it/prova/podpress_trac/web/84/0/bellavia_moschiera_halloween.mp4 

Meditazione e contemplazione al cimitero con i propri cari, ormai defunti.
Anticamente, era questa la ragione che ci spingeva a celebrare la festa del due novembre, soppiantata adesso da Halloween. 
Zucche, streghe sulla scopa, fantasmi e quant’altro, caratterizzano, ahimè, questa festa che punta ora ad un becero consumismo e non manifesta più rispetto e amore verso i propri cari e le nostre tradizioni.
Come mai c’è adesso nei negozi questo fiorire di zucche ed altri strani simboli?
Semplice, è tutto puntato sulla moda del momento: ormai ognuno di noi, per divertirsi, deve indossare un travestimento spaventoso e comprare insoliti oggetti per cercare di far paura agli altri, deve munirsi, insomma, di qualunque cosa pur di adeguarsi alla moda americana di Halloween.
Ma cosa c’entra ciò con la ricorrenza dei morti? Niente, completamente niente.
Questo fenomeno è dovuto alla globalizzazione, che non è solo di tipo economico, ma soprattutto culturale: alla tendenza di un ristretto numero di individui a conservare le proprie tradizioni, usanze e costumi, si contrappone la voglia di molti di aderire ad un unico, stereotipato modello che si impone a livello mondiale.
Le prime vittime di questo “imperialismo culturale americano” sono i bambini, ma anche noi adolescenti, che veniamo attratti e colpiti da tutti quegli strani pupazzi di origine anglosassone, che la Chiesa  cristiana giudica negativamente.
Ora, come degli allocchi, caschiamo nell’inganno e crediamo stupidamente che i morti possano trasformarsi in fantasmi le cui anime vagheranno nell’infinito, senza una meta precisa. Riflettiamo un attimo: ma ci piacerebbe se venissimo ricordati come dei lenzuolini vaganti, orridi, putrescenti?
Non credo proprio…